Cane rapito come ricatto: la legge cosa dice?

cane rapito

Cane rapito come ricatto: la legge cosa dice?

Non le pagava gli alimenti da mesi. E lei, ex moglie, per ottenere i soldi necessari alle vacanze ha pensato di prendere in ostaggio l’amato cagnolino dell’ex marito. “O mi paghi quello che mi devi”, gli ha gridato al telefono dopo il ratto del quadrupede, un pechinese di 3 anni, “o di lui non vedrai più nemmeno un pelo”. Dopo pochi giorni, fortunatamente, il cagnetto è saltato di nuovo in braccio al suo padrone e la signora ha incassato l’assegno con gli arretrati degli alimenti. “Non volevo pagare”, ha spiegato l’uomo, “perché sapevo che li avrebbe usati per andare in vacanza con l’amante”.

Cane rapito: cosa dice la legge?

I pet, come i figli, spesso vengono utilizzati tra ex coniugi come “arma” di ricatto. Il comportamento della signora milanese è però penalmente rilevante: l’aver usato minaccia nei confronti dell’ex marito per ottenere la corresponsione dell’assegno di mantenimento integra l’ipotesi delittuosa di violenza privata e, probabilmente, anche quella di furto. Il reato di violenza privata di cui all’art. 610 del Codice Penale è punibile con la reclusione fino a 4 anni. Non solo. La signora, oltre che a minacciare l’ex coniuge di un male ingiusto al proprio adorato cagnolino, ha provveduto a sottrarre lo stesso animale integrando così la fattispecie delittuosa del furto di cui all’art. 624 del Codice Penale. Il colpevole è punito, a querela della persona offesa, con la pena della reclusione da sei mesi a 3 anni e con multa. La signora avrebbe potuto e dovuto invece tutelare i propri diritti con opportuna azione legale, essendo pacifica la sussistenza del suo diritto ad ottenere l’assegno dal marito così come disposto dal giudice.

Cane Rapito: Che fare?

Nel caso dei due ex coniugi l’intervento di mediazione effettuato dall’associazione animalista ha prodotto ottimi risultati in quanto ha evitato ulteriori conseguenze negative. In casi di questo tipo, va sottolineato, il danneggiato ha la possibilità di ricorrere all’autorità di pubblica sicurezza per tutelare il proprio animale e ottenere la repressione di comportamenti minacciosi e violenti. La sussistenza di un diritto, come nel caso della signora, non legittima a farsi giustizia da sé con comportamenti minacciosi e/o violenti.
La risoluzione di controversie di tal genere mediante l’intervento di associazioni animaliste o delle Guardie Zoofile risulta comunque un’ottima e ulteriore strada da seguire. Per evitare di affollare i tribunali e di avere guai seri.

di Edgar Meyer
presidente dell’associazione Gaia Animali & Ambiente Onlus

No Comments Yet

Comments are closed

Richiedi informazioni
Assicurazione
Invio
×